Oggi, 20 febbraio, è la ricorrenza del compleanno di Simone Bianchetti. Simone è stato un sognatore, un poeta, un navigatore solitario.. ma soprattutto un uomo che ha preso in mano la propria vita ed è andato incontro al suo destino di mare e avventura. Qui sotto un estratto dal libro “Odiavo i velisti”, scritto da Cino Ricci e Fabio Pozzo, per ricordare Simone!
” «E quanti siete?», gli chiesi. «Solo io. Sono un solitario».
Davanti a me c’era un ragazzino con gli occhi penetranti, spiritati. Mi guardava e mi parlava, come un soldato al suo capitano. Non l’avevo mai visto e non sapevo chi fosse. Ma una cosa, almeno, nella vita la so fare: riconoscere un marinaio.
Eravamo a Trieste e, finita la Barcolana, avevo messo in giro una voce, sui moli: se c’era qualcuno disposto a portarmi la barca a Rimini, perché io non potevo. E mi si presentò questo ragazzino. Cos’aveva? Quindici anni, sedici? «E va bene», gli risposi, mentre gli passavo le chiavi della barca. C’era gente lì, amici, che mi sconsigliavano: «Ma sei matto? Non lo vedi che è un ragazzino? E da solo, poi». Beh, ma come fai, se è un solitario…
Dopo, negli anni ho pensato più volte a quel giorno a Trieste (a proposito: la mattina dopo, la mia barca era già a Rimini): non lo sapevo e non ne avevo intenzione, ma fu in quel momento che adottai Simone Bianchetti, un grande navigatore, che solo perché più giovane di me, è stato considerato una sorta di mio figlioccio nautico.
Per essere più esatti, fu lui che adottò me. E, soprattutto, la mia barca. Perché poi la usò per le regate, per la Transat, per la Route du Rhum… E gliene fece di tutti i colori alla mia barca, l’allungava, l’accorciava, le fece rimodellare la prua, più stretta. «Ma glielo lasci fare?», mi rimproveravano gli amici, «quello te la rovina la barca». Era vero, beh, ma come fai, se era un solitario…
Vedi, i solitari sono delle persone strane: sono forti, hanno mani potenti, occhi duri e risentiti, sono contro, contro ogni cosa, contro chiunque, forse persino contro il mare, ma solo in mare stanno bene; è gente che parla a monosillabi, mugugna, bofonchia, ce l’ha sempre con quelli che gli danno i soldi per la barca, per l’impresa, per il progetto, rovistano nei bidoni della spazzatura, come Moitessier, Wakelam, si costruiscono le cose da soli, come Alain Bardiaux, che si fece la barca (senza nemmeno la battagliola) e persino le vele, e poi compì il giro del mondo in solitaria e controvento. I solitari non li puoi giudicare come gli altri. E non parlo di quelli di oggi, che sono già diversi, una specie di meravigliosi ingegneri, che usano strumenti sofisticati, a bordo di barche che sono dei missili, mantengono il contatto con il loro staff e il comitato di regata e affrontano da soli Capo Horn. No, Simone era di quei solitari che non avevano a bordo, a volte, nemmeno la radio, che non erano in grado di usare gli strumenti e manco gli andava di impararlo, che riducevano la sfida a un uomo, una barca e il mare. Quanti timoni automatici ha sfasciato Simone! Non era roba per lui. Simone era come quei grandi solitari dei miei tempi, di quelli che conobbi allora. Era un antico solitario nato troppo tardi, fuori tempo massimo. E quei solitari sono gente che in testa ha un’idea, a cui dà la forma di barca. Ora, è vero che la barca era mia, ma la forma dell’idea di Simone era diversa. E, credetemi, per quelli come lui, è più facile cambiare la forma della barca che quella dell’idea.
(…)
Beh, ma che vuoi, sono così i solitari come Simone. Gente che guarda quello che stai guardando tu, ma vedono altro, che tu non vedi. E li prendi per matti. Poi scopri che avevano ragione loro, perché hanno uno sguardo più profondo. È per questo che ci manca, Simone. Parlo di uno che in riva all’ Adriatico sognò Capo Horn. E ci andò. Da solo.”
ph. credits James Robinson Taylor

